Perché un chatbot AI non basta più: dall’AI che risponde all’ExperienceBot che propone.
Anche il chatbot più intelligente continua ad aspettare una domanda. E se l’utente non sa cosa chiedere? Dalle Quick Action alla dashboard propositiva: come nasce l’ExperienceBot.

Categoria
Assistenti virtuali
Pubblicato
20 ottobre 2026
Autore
Aurelia Vittoria Branconi
Lettura
12 min
Prodotti
RunTip+, RunPlay
Per chi
Comuni, enti territoriali, porti e aeroporti
Il limite
Anche il chatbot più intelligente, se progettato soltanto come chatbot, aspetta che qualcuno faccia una domanda. Ma nessuno può cercare ciò che non sa che esiste.
Il cambio di paradigma
Un ExperienceBot combina conversazione, interfaccia visuale, contenuti e azioni, e usa il contesto per proporre, non soltanto per rispondere.
Cosa abbiamo misurato
Su oltre 10.000 interazioni reali, dopo aver portato in superficie i bisogni ricorrenti, circa il 54% delle sessioni usa una Quick Action e circa il 52% si svolge senza domande digitate.
Il punto di partenza
E se l’utente non sa cosa chiedere?
Per anni l’evoluzione dei chatbot ha seguito una direzione apparentemente ovvia: farli rispondere sempre meglio.
Prima attraverso percorsi rigidi e domande predefinite. Poi grazie al linguaggio naturale. Infine con l’intelligenza artificiale generativa, che ha reso possibile comprendere richieste molto più complesse e costruire risposte sempre più pertinenti.
Ma rimane un limite. Anche il chatbot più intelligente, se progettato soltanto come chatbot, continua ad aspettare che qualcuno faccia una domanda.
Il turista
Un turista che non conosce una mostra temporanea non chiederà informazioni su quella mostra.
Il passeggero
Un passeggero che non sa che in aeroporto esiste un determinato servizio non ne chiederà il prezzo.
Il visitatore
Un visitatore che ignora che a pochi metri da lui parte un percorso culturale non penserà di cercarne l’audioguida.
È da questa osservazione che in Runder abbiamo iniziato a lavorare su un paradigma differente. Non soltanto: “Come possiamo rispondere meglio?” Ma:
“Come possiamo capire cosa può essere utile mostrare o proporre a una persona, anche prima che sappia di doverlo chiedere?”
È il principio da cui nasce ciò che chiamiamo ExperienceBot.
Il problema
Il problema del chatbot non è più soltanto la qualità della risposta
Un moderno assistente AI può comprendere il linguaggio naturale, interrogare una Knowledge Base, rispondere in più lingue e adattare la profondità della risposta alla richiesta dell’utente. Sono capacità importanti.
Ma rispondere bene a una domanda e costruire una buona esperienza digitale non sono la stessa cosa.
Pensiamo a un turista appena arrivato in una città. Potrebbe aprire una chat e scrivere:
“Cosa posso fare oggi?”
L’AI potrebbe fornirgli un’ottima risposta. Potrebbe persino presentargliela attraverso card, immagini e mappe. Ma rimane una domanda fondamentale: perché deve necessariamente essere il turista a iniziare?
Se sappiamo che è pomeriggio, che sta iniziando a piovere e che in quel momento sono disponibili musei, mostre ed esperienze indoor, una parte dell’esperienza può essere costruita prima della conversazione.
Non significa eliminare la chat. Significa smettere di considerarla l’unica porta d’ingresso all’intelligenza artificiale.
Generative UI
Dalla risposta testuale alla risposta visuale
Anche l’evoluzione dei grandi prodotti AI sta andando oltre il semplice blocco di testo.
Google ha introdotto nella Search il concetto di Generative UI: invece di limitarsi a produrre testo, il sistema può costruire dinamicamente il formato più adatto alla richiesta, assemblando visualizzazioni interattive, tabelle, grafici, simulazioni e layout personalizzati. Google descrive inoltre la possibilità di creare dashboard e piccoli strumenti persistenti per attività che richiedono interazioni continuative (fonte: blog.google).
È un cambiamento significativo.
Non conta soltanto quale risposta genera l’AI. Conta anche come quella risposta viene rappresentata.
È un principio sul quale in Runder lavoriamo da tempo. Già nelle precedenti versioni di RunTip la conversazione poteva essere accompagnata da tile, card, pulsanti, immagini, audio, video, link e call to action. La risposta poteva quindi essere visuale, interattiva e orientata direttamente all’azione.
Ma questo, da solo, non è ancora ciò che intendiamo per ExperienceBot. Perché una risposta visuale rimane comunque una risposta. Il passaggio successivo è la proposta.
Rispondere o proporre
Rispondere e proporre non sono la stessa cosa
La differenza può sembrare sottile. In realtà cambia completamente il modo di progettare l’esperienza.
Un chatbot funziona principalmente così
- domanda
- comprensione
- risposta
Un’AI con un’interfaccia visuale può migliorare il terzo passaggio
- domanda
- comprensione
- risposta visuale
Un ExperienceBot aggiunge una possibilità ulteriore
- contesto
- comprensione
- proposta
L’utente può ancora fare qualsiasi domanda. Ma non è più necessario aspettare sempre che lo faccia.
Segnali di contesto
La piattaforma può capire cosa mettere in evidenza utilizzando, quando disponibili e appropriati, diversi segnali.
Il risultato
L’interfaccia può diventare adattiva e propositiva.
Non una home page statica uguale per tutti. Non semplicemente una chat. Ma un ambiente digitale che cambia priorità in funzione della persona e della situazione.

Dai dati
Lo abbiamo imparato osservando come le persone utilizzano davvero l’AI
Questo cambio di impostazione non nasce soltanto da una scelta teorica di prodotto.
In Runder abbiamo analizzato oltre 10.000 interazioni reali generate attraverso i nostri sistemi per comprendere come le persone utilizzano concretamente un assistente digitale. L’obiettivo non era semplicemente misurare quante domande un’AI fosse capace di gestire, ma osservare i comportamenti e capire come ridurre il percorso necessario per arrivare a un’informazione o a un’azione.
Il processo è stato semplice. Le persone conversavano con il sistema. Noi osservavamo i pattern. Quando emergevano bisogni particolarmente ricorrenti, abbiamo iniziato a portarli direttamente nell’interfaccia attraverso Quick Action, invece di obbligare ogni utente a formulare nuovamente la stessa domanda.
Quindi
- le persone chiedono
- raccogliamo i pattern
- individuiamo i bisogni
- miglioriamo l’interfaccia
È lo stesso ciclo descritto nella nostra ricerca: le conversazioni non servono soltanto a migliorare le risposte del sistema, ma anche a individuare quali passaggi dell’interazione possono essere semplificati o eliminati.
E i risultati sono stati particolarmente interessanti. Nel sottocampione relativo alla nuova esperienza, dopo aver portato alcuni percorsi direttamente in superficie:
54%
delle sessioni ha utilizzato almeno una Quick Action
52%
delle sessioni si è svolto senza che l’utente dovesse digitare alcuna domanda
10.000+
interazioni reali analizzate
Valori approssimati, riferiti al sottocampione relativo alla nuova esperienza.
Non significa che il 52% delle persone non voglia parlare con un’intelligenza artificiale. La conclusione è più interessante.
Se comprendiamo abbastanza bene alcuni bisogni, possiamo progettare l’esperienza in modo che non sia sempre necessario trasformarli in una conversazione.
È un cambiamento importante anche nel modo in cui misuriamo un assistente AI.
Il KPI più interessante non è necessariamente
“Quanto abbiamo fatto parlare l’utente con l’AI?”
Può diventare
“Quanto abbiamo ridotto il percorso necessario per permettergli di ottenere ciò che cercava?”

Dashboard propositiva
Dalle Quick Action alla dashboard propositiva
Le Quick Action sono state per noi una prima dimostrazione di questo principio. Ma hanno aperto una domanda successiva.
Se i dati ci permettono di capire quali bisogni portare in superficie, perché limitarci a un insieme fisso di pulsanti? Perché non rendere l’intera interfaccia capace di adattarsi?
È qui che RunTip+ evolve verso il concetto di ExperienceBot. La dashboard non serve soltanto a organizzare meglio le informazioni. Può diventare una componente intelligente dell’esperienza.
Immaginiamo quattro utenti che aprono lo stesso ExperienceBot nello stesso luogo.
Il primo
È una famiglia.
Il secondo
Ha mostrato interesse per arte e cultura.
Il terzo
Entra all’ora di pranzo.
Il quarto
Accede durante un improvviso temporale.
Non è detto che abbia senso mettere davanti a tutti le stesse informazioni nello stesso ordine. Una dashboard adattiva può invece cambiare ciò che porta in primo piano.
È questo il passaggio:
Prima
Abbiamo utilizzato le conversazioni per capire quali domande potevamo evitare.
Ora
Utilizziamo lo stesso principio per capire quali opportunità possiamo anticipare.
Territori
Un turista non può cercare ciò che non sa che esiste
Questo principio diventa particolarmente importante per Comuni, borghi ed enti territoriali. Un territorio può offrire moltissimo:
Ma pubblicare tutte queste informazioni online non significa automaticamente renderle visibili. Esiste un limite molto semplice:
Non possiamo cercare qualcosa che non sappiamo esistere.
Un visitatore può chiedere all’assistente: “Dove si trova il museo?” Ma difficilmente chiederà: “Quale piccola esposizione temporanea interessante è aperta oggi a 300 metri da me?” se non ne conosce l’esistenza.
Un ExperienceBot può colmare proprio questo spazio.
Se piove
Può mettere in evidenza attività al coperto.
Se è l’ora di pranzo
Può valorizzare esperienze enogastronomiche.
Se l’utente ha mostrato interesse per la storia della città
Può far emergere un itinerario coerente.
Se è vicino a un monumento
Può proporne direttamente l’audioguida.
La differenza non è soltanto tecnologica. È economica.
Comuni
Per un Comune l’AI può aiutare il territorio a farsi scoprire meglio

Tradizionalmente un assistente digitale per un Comune viene valutato soprattutto per la sua capacità di fornire informazioni: orari degli uffici, servizi, mobilità, eventi, numeri utili. Sono funzioni importanti.
Ma un ExperienceBot può avere un obiettivo più ampio: valorizzare ciò che il territorio offre.
- Un turista che sarebbe rimasto due ore può trovare ragioni per rimanerne quattro.
- Chi arriva per un monumento può scoprire un museo.
- Chi visita il museo può trovare un percorso tematico.
- Dal percorso può arrivare a un prodotto locale, un evento o un’attività commerciale.
Non possiamo affermare che una piattaforma digitale aumenti automaticamente la spesa o il tempo di permanenza: questi risultati devono essere misurati progetto per progetto.
Possiamo però progettare intenzionalmente l’esperienza per aumentare le occasioni di scoperta, fruizione e attivazione economica.
In altre parole, l’AI non serve soltanto a dare informazioni sul territorio. Può aiutare il territorio a distribuire meglio l’attenzione del visitatore. E l’attenzione è spesso il primo passaggio che precede tempo trascorso, soddisfazione e spesa.
Audioguide
Le audioguide diventano parte dell’esperienza

In questo modello anche l’audioguida cambia ruolo. Non deve necessariamente essere un prodotto separato che il visitatore deve cercare, acquistare e aprire consapevolmente. Può diventare uno dei linguaggi utilizzati dall’ExperienceBot.
Una persona visualizza una chiesa. La card può mostrare una fotografia, gli orari, la distanza e un pulsante:
“Sei qui? Ascolta la sua storia.”
L’audioguida può quindi accompagnare l’utente durante la visita e successivamente suggerire una tappa coerente.
Lo stesso ambiente digitale può così permettere di
- vedere
- scoprire
- chiedere
- ascoltare
- agire
RunTip+ e RunPlay non diventano semplicemente due strumenti affiancati. Possono concorrere alla costruzione della stessa esperienza digitale.
La tecnologia sceglie il linguaggio più adatto al momento:
- una card quando serve scegliere;
- una mappa quando serve orientarsi;
- un’audioguida quando serve raccontare;
- una conversazione quando il bisogno è personale o imprevedibile;
- una call to action quando l’utente è pronto ad agire.
È esattamente il principio emerso anche dalla nostra analisi: un buon sistema AI non deve obbligare ogni persona a conversare, ma scegliere il modo più efficace per accompagnarla verso ciò che vuole ottenere.
Porti e aeroporti
Porti e aeroporti: dall’assistenza alla generazione di opportunità
Lo stesso paradigma assume un valore ancora più evidente in porti e aeroporti. Questi luoghi hanno una caratteristica particolare: grandi quantità di persone trascorrono al loro interno periodi di tempo diversi, con esigenze e opportunità differenti.
Un chatbot può rispondere perfettamente a domande come:
Un ExperienceBot può fare anche questo. Ma può soprattutto lavorare sul momento successivo alla risposta.
Un passeggero ha due ore prima della partenza?
Può essere il momento corretto per proporre una lounge, ristorazione, shopping o un servizio premium.
È appena arrivato?
Può avere senso mettere in evidenza transfer, taxi, collegamenti pubblici o servizi di mobilità.
Sta aspettando un traghetto?
Possono diventare pertinenti ristorazione, servizi portuali, attività commerciali o esperienze offerte da partner.
L’utente non deve necessariamente conoscere già ogni servizio presente nell’hub. L’interfaccia può aiutare a farlo emergere nel momento in cui diventa rilevante.
Il tema è particolarmente attuale anche per il settore aeroportuale. Una ricerca 2026 condotta da Airport Dimensions su oltre 11.000 viaggiatori rileva che:
77%
vorrebbe un’unica piattaforma digitale capace di accompagnare l’esperienza aeroportuale
30%
dichiara che una piattaforma di questo tipo lo incoraggerebbe direttamente a spendere di più
Fonte: Airport Dimensions, ricerca 2026 su oltre 11.000 viaggiatori.
Non significa che qualsiasi piattaforma digitale generi automaticamente ricavi. Significa però che customer experience digitale e opportunità commerciale stanno diventando sempre più interconnesse.

Marketing propositivo
Il marketing diventa propositivo, non invasivo
Qui entra un altro elemento fondamentale dell’ExperienceBot: il marketing propositivo.
Non intendiamo trasformare l’esperienza in una sequenza di banner. La logica è opposta. Una proposta funziona soltanto se è pertinente.
Non
“Compra questo servizio.”
Ma
“Considerando ciò che stai facendo in questo momento, questo servizio potrebbe esserti utile.”
- Una famiglia vede attività family.
- Chi ha mostrato interesse per la cultura può trovare un’audioguida.
- Se piove vengono valorizzate attività indoor.
- Un passeggero con molto tempo prima della partenza può scoprire servizi che altrimenti non avrebbe cercato.
La differenza tra pubblicità e proposizione contestuale è proprio questa: la rilevanza. In questo modo il marketing smette di essere necessariamente un’interruzione dell’esperienza. Può diventare parte dell’esperienza stessa.
Per un Comune significa valorizzare territorio, eventi e attività locali. Per un porto o un aeroporto significa creare nuove opportunità di cross-selling, servizi ancillari e valorizzazione dei partner commerciali.
Cosa cambia
Da chatbot a ExperienceBot: cosa cambia davvero
Un ExperienceBot non è quindi un chatbot con una grafica più bella.
Nella definizione che utilizziamo in Runder, è un’esperienza digitale basata sull’intelligenza artificiale che può combinare conversazione, interfaccia visuale, contenuti e azioni per permettere all’utente di raggiungere ciò che vuole sapere o fare nel modo più efficace.
Con RunTip+ aggiungiamo un ulteriore principio: l’esperienza può essere adattiva e propositiva.
Il punto non è eliminare la conversazione. La conversazione rimane fondamentale per tutto ciò che non possiamo prevedere. Il punto è non costringere ogni esigenza a diventare una domanda.
A volte la soluzione migliore è una risposta. A volte un pulsante. A volte una card. A volte una mappa. A volte un’audioguida. A volte una proposta.
Cosa resta
La vera evoluzione non è far parlare meglio il Bot
Dopo oltre 10.000 interazioni analizzate, una delle conclusioni più importanti a cui siamo arrivati è che un sistema conversazionale non dovrebbe utilizzare ciò che apprende soltanto per costruire risposte migliori. Può utilizzare quegli stessi dati per migliorare l’esperienza che circonda la conversazione.
- Un bisogno ricorrente può diventare più visibile.
- Un percorso può essere abbreviato.
- Un contenuto può essere anticipato.
- Un’azione può essere portata direttamente davanti alla persona.
È da qui che nasce il passo successivo.
La vera evoluzione non è far parlare meglio il Bot. È progettare un’esperienza capace non soltanto di rispondere, ma di anticipare e proporre.
Un chatbot risponde a ciò che una persona sa già di voler cercare. Un ExperienceBot può aiutarla anche a scoprire ciò che ancora non sapeva di voler trovare.
- Per un Comune significa poter raccontare meglio un territorio.
- Per un ente significa rendere informazioni e servizi più accessibili.
- Per un porto o un aeroporto significa accompagnare meglio il passeggero e, contemporaneamente, aumentare le occasioni in cui servizi propri e dei partner possono essere scoperti.
La conversazione rimane. Ma non è più necessariamente il centro dell’esperienza. Al centro c’è la persona.
FAQ
ExperienceBot, chatbot AI e dashboard adattive
Cos’è un ExperienceBot?
ExperienceBot è il termine utilizzato da Runder per definire un’esperienza AI che va oltre la semplice chat e combina conversazione, dashboard visuale, Quick Action, contenuti, audioguide, servizi e azioni. L’obiettivo non è far conversare l’utente il più possibile, ma aiutarlo a raggiungere ciò che cerca nel modo più efficace.
Qual è la differenza tra chatbot ed ExperienceBot?
Un chatbot parte prevalentemente da una domanda dell’utente. Un ExperienceBot può invece sia rispondere alle domande sia proporre contenuti e servizi rilevanti attraverso un’interfaccia adattiva.
Cosa significa che la dashboard è propositiva?
Significa che l’interfaccia può portare in primo piano contenuti diversi in funzione del contesto, ad esempio preferenze, comportamento, momento della giornata o condizioni meteo, senza aspettare necessariamente una ricerca esplicita.
Le Quick Action sostituiscono la conversazione?
No. Le Quick Action sono particolarmente efficaci quando il bisogno è prevedibile. La conversazione rimane invece fondamentale per richieste specifiche, complesse o impreviste. Nell’analisi Runder, circa il 54% delle sessioni del nuovo sottocampione utilizza almeno una Quick Action e circa il 52% può svolgersi senza una domanda digitata.
Come può essere utilizzato un ExperienceBot da un Comune?
Può combinare servizi al cittadino, informazioni turistiche, mappe, eventi, attività locali, itinerari e audioguide all’interno di un unico punto di accesso, facendo emergere contenuti differenti in funzione della situazione e degli interessi dell’utente.
Come può essere utilizzato in un porto o aeroporto?
Oltre all’assistenza informativa può facilitare la scoperta di mobilità, ristorazione, shopping, lounge, servizi premium e offerte dei partner, creando opportunità di cross-selling e valorizzazione dei servizi ancillari.
Un ExperienceBot serve solo nel turismo?
No. Il principio può essere applicato ovunque esistano molti contenuti, servizi o azioni possibili e sia utile scegliere dinamicamente quale modalità di interazione riduce maggiormente lo sforzo dell’utente.







